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Marta Vezzoli

 

Marta Vezzoli, nata a Chiari nel 1976, si diploma in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera nel 1999. La sua ricerca prende il via dallo studio di architetture antiche e moderne, con particolare attenzione agli esempi di archeologia industriale, dove osserva le strutture che piano piano vengono riconquistate dalla forza della natura. Realizza quindi opere in pietra e in ferro che assumono forme sintetiche e primarie. Successivamente l’artista si dedica anche alla pittura: dapprima affida ai colori una particolare forza espressiva, basti pensare all’importante presenza del rosso, colore della passione per eccellenza, per giungere nella maturazione, ad un linguaggio essenziale ed intimistico, dove il colore inteso come pittura lascia il posto ai fili che Marta tesse come segni di un codice tutto personale.

 

Dotata di una particolare sensibilità, tipica degli artisti, Marta lavora sulla precarietà: le sue opere sono delicate, rischiano di rompersi, di rovinarsi, ma questo fa parte del gioco. Il messaggio che l’artista vuole trasmettere attraverso le sue creazioni rimanda alla precarietà e alla fragilità del nostro presente storico e della nostra società.

I lavori hanno spesso due facce: l’intervento di Marta è su entrambi i lati e questo è un aspetto interessante della sua produzione. Una costante è infatti la duplicità, due sono i lati della garza su cui lavora, due quindi i punti di vista, due le combinazioni degli elementi che generano due diverse soluzioni. Due storie, due tracce.

L’ultimo tema che sta affrontando è il tempo, quella dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Si tratta di un concetto di tempo che rimanda alle teorie di Sant’Agostino dove si intende il tempo come estensione dell’animo, riconducibile a una percezione del soggetto che, pur vivendo nel presente, ha coscienza del passato grazie alla memoria e del futuro in virtù dell'attesa. Viene alla memoria il concetto bergsoniano di ‘tempo originario’, che la nostra coscienza conosce mediante intuizione e che è composto da istanti qualitativamente diversi da tutti gli altri. Tempo inteso come flusso che scorre, come essere e divenire, come passato e presente. Le opere sono concepite come frammenti, frangenti, attimi strappati dal flusso e tradotti in un linguaggio segnico, un alfabeto che comunica ad un livello diverso rispetto alla sfera della coscienza. Si tratta di tracce, di segni che racchiudono nella loro essenzialità il racconto interiore dell’artista, quasi una scrittura automatica, un codice in cui prendono forma lo scorrere delle emozioni, dei pensieri che giungono da soli in uno stato quasi meditativo col quale Marta realizza le sue opere e che traduce nell’azione del cucire. Un’azione ripetitiva, che richiede attenzione e precisione e allo stesso tempo grazia. Il cucire è un’operazione che impone lentezza, quindi un tempo che scorre e che viene registrato dal lavoro dell’artista. Rimanda all’attività femminile per eccellenza.

Il valore del limite è un altro aspetto della riflessione dell’artista. Il limite è un concetto che attraversa tutto l’esistere, dalla filosofia alla quotidianità. Il limite contiene una dualità, una distinzione tra ciò che sta dentro e qualcosa che lo oltrepassa, può avere valenza positiva o negativa in senso duplice: entro il limite si trova il noto, si ha la sicurezza, oltrepassarlo significa rompere le regole e sfidare l’ignoto che per definizione suscita timore in quanto non conosciuto e non misurabile. Ma allo stesso tempo il limite è costrizione entro una sfera limitata che mina la libertà di azione e pensiero. Marta infatti riflette su questa duplicità semantica. Il limite diviene per l’artista qualcosa che può essere superato, che stimola l’azione, quindi inteso nella sua valenza positiva di andare oltre. A livello tecnico tale aspetto lo si coglie anche nelle cornici che non bloccano le opere, caricate di significato divengono un sostegno dell’opera senza però costringerla in uno spazio limitato. Ecco perché talvolta le leggerissime garze risultano appesa solo per il lato superiore e tese da fili nei rimanenti lati. La cornice, spesso di ferro diviene il mezzo attraverso il quale l’opera stessa si sostiene, e allo stesso tempo sembra fluttuare nello spazio. Lo studio dei sostegni è parte integrante del lavoro di Marta. Essi possono essere semplici steli di ferro molto sottili, tenute a terra da una base pesante che le mantiene in posizione; a loro volta, come una catena, esse mantengono le garze. Ancora una volta possiamo analizzare la dualità: non solo la cornice come non-limite, bensì come sostegno, ma allo stesso tempo si apre alla riflessione del contrasto tra il ferro materiale forte, resistente, rigido, pesante e la leggerezza, la fragilità, la precarietà delle garze che costituiscono le opere.

Osservando la superficie delle opere a livello compositivo si nota una maggior densità di interventi nella parte inferiore della superficie, i fili tessono e si intersecano in alcuni punti con maggior intensità, quasi a voler dare l’idea di pesantezza, di complessità , di caos che man mano si procede verso l’alto si sciolgono quasi a scomparire, dando così maggiore respiro alla garza bianca che funge da supporto. Non si tratta però di un vuoto – assenza: svanita la complessità tutto si risolve in un ordine superiore di calma e di pace. È la traduzione in arte di quella dimensione altra che se fossimo in un contesto religioso definiremmo spirituale.

Nonostante l’apparente differenza tra le due parti, l’opera è sottesa da un profondo equilibrio e compositivamente è bilanciata. Spesso le due sfere, quella ‘bassa’, più viscerale, grave e pesante e quella ‘alta’ più eterea e leggera, sono poste in contatto da propaggini che dall’aerea inferiore salgono, quasi fluttuando verso l’alto, sfidando la gravità e oltrepassando il limite. Secondo una lettura iconologica sono forse quelle intuizioni, quei momenti (ricollocandoci all’idea del tempo e dei suoi frammenti) nei quali ci si ricollega al flusso vitale che pone in connessione il tutto e dal quale possiamo attingere a livello inconscio.

“Mappe del tempo” è un’opera emblematica di molti dei concetti sin qui affrontati. Si tratta di una struttura in ferro, quindi solida e forte, circolare, che funge da sostegno alla garza leggera e fragile sulla quale l’artista interviene tessendo i segni attraverso una trama di fili. “Segno chiama segno”, così Marta racconta la sua scrittura sulla tela, e da qui nascono i suoi racconti. La dualità è tradotta con ancor più fermezza, nell’intervenire su entrambi i lati di questo disco di garza: due lati, come due racconti, come due punti di vista, come due combinazioni di eventi che nascono dagli stessi elementi. La dualità è la costante nei lavori di Marta. L’opera è completata da una garza che è collegata al disco attraverso i fili con i quali sono stati tracciati questi racconti, quasi come un’origine da cui si estendono i cordini ombelicali che vanno a comporsi in svariate possibilità sulle due facce del disco. Un’origine, una fonte da cui prende il via la creazione. Osservando la superficie dell’opera si colgono frammenti di garze strappati, quasi lacerati che vogliono rappresentare quelle ferite mai rimarginate, l’artista interviene su di esse con il filo ma non le chiude completamente e il filo è talmente fragile che sembra rompersi ad ogni soffio di vento. La doppia lettura anche in questo caso: ferite ma forse anche evasioni, possibilità di lasciare un varco, un punto di fuga, il superamento del limite della superficie. Mentre realizza le Mappe del tempo Marta tesse le trame degli incontri, è una riflessione su quelle occasioni che creano possibili futuri nella vita di ciascuno di noi, sugli incontri e sui legami che si instaurano tra gli individui e che costituiscono il tessuto privato e per estensione collettivo. Riflette sulla società in senso lato e sulle influenze che gli incontri – scontri di persone, culture e religioni hanno nel tessuto sociale entro cui siamo inseriti e che contribuiamo a creare e modificare. Si coglie in quest’opera un’ulteriore visione di insieme: la garza da cui ‘nascono’ i fili è leggera, eterea, emblema della dimensione più spirituale, la parte del disco, appesantita dal ferro che la sostiene ma la condanna maggiormente alla gravità, potrebbe essere interpretata come metafora della dimensione terrena.

Nelle sculture, lunghe strutture in ferro, quasi delle steli, degli idoli, che sono tenute a terra da massi di pietra, riscontriamo la medesima poetica. Si osservi la serie Hope, composta da 6 sculture caratterizzate da basi solide che mantengono l’opera eretta, permettendole la posizione verticale, slanciata verso l’altro, a cui si contrappone la scultura vera e propria, sottile elegante, quasi gracile, se non fosse per le proprietà fisiche del materiale scelto. Lo slancio verso l’alto, inteso in senso gotico di aspirazione al divino, si conclude in un gioco di forme che sembra tradurre nella terza dimensione ciò che sulla tela viene realizzato attraverso i fili. Nella parte superiore, quasi come fosse la testa di questi arcaici idoli, la struttura si complica, i segni e le forme in ferro si moltiplicano e si diramano, rimanendo però sempre connesse e collegate da dei fili di ferro sottilissimi che l’artista lega come una rete. Li pone perciò in contatto attraverso dei legami sottili. Marta ci parla delle connessioni che pur invisibili permettono a persone lontane di essere vicine. Ci racconta una lontananza fisica, culturale, sociale e religiosa, ma ci dice che distanza non è vuoto, bensì è annullata dai sottili fili che permettono la connessione tra gli individui e le società. La complessità di queste opere è data non solo dal dialogo tra le varie parti che le compongono, ma anche dalle relazioni tra una scultura e l’altra, una moltiplicazione di connessioni che dà vita ad un esercito di idoli, trasmettendo quell’atmosfera metafisica che ricorda Le Muse inquietanti di De Chirico.

La riflessione sul tempo è il tema dell’opera Tempo sospeso, del 2013. L’artista immagina un terreno e i cretti che a causa dell’essicazione in esso si creano. L’essicazione è la testimonianza di un tempo che scorre, è ciò che ci permette la percezione stessa del tempo. Immagina che questi cretti si traducano in segni, segni che piano piano si sollevano acquisendo un’esistenza propria. Questi vengono tradotti nel linguaggio dell’artista da segni di ferro, quasi un alfabeto del tutto personale e fluttuando, sospesi in aria, danno vita all’istallazione. L’opera è composta da una struttura di ferro sospesa, sulla quale viene puntata la luce che ne proietta le forme sulla garza a terra. Marta interviene cucendo l’ombra creata sulla garza bianca. Il risultato è una resa visiva di quei cretti bidimensionali da cui nasce l’idea: essi vengono ricollocati a terra, anche se in altra natura, trasformati in tracce e segni simili a sinapsi. Abbiamo qui un esempio di come le opere di Marta non siano solo opere da osservare, ma che interagiscono con l’ambiente che le circonda tanto che l’ambiente stesso diviene un aspetto importante nelle istallazioni. Questo lavoro si presta anche ad un’altra lettura: non solo traccia dei cretti, ma quasi mappa del cielo dove sono segnate le costellazioni, simile infatti alle mappe stellari. Quindi in profondità l’ulteriore duplicità: dalla terra al cielo.

Il fare artistico di Marta Vezzoli si caratterizza nell’uso di un’azione femminile quale il cucire che impone tempi di realizzazione lunghi, divenendo momenti di meditazione, di riflessione e di catarsi. Il tutto si traduce in opere segniche, fatte di tracce e trame la cui intensità varia a seconda delle emozioni e dei racconti. Se si conoscono i codici esse comunicano a più livelli all’osservatore. Il dualismo è una costante nei suoi lavori: i concetti di vita e morte, derivanti forse anche dalla sua attività di arte terapeuta in contesti quali carceri e case di riposo; di terreno e metafisico; di vicino e lontano; di fragile e forte. I lavori di Marta nella loro eleganza, fragilità e precarietà trasmettono però tanta forza e resistenza; si tratta di una riflessione sul nostro tempo dove, caduti gli ideali e crollate le certezze economiche, ci si trova in balia di paure e di difficoltà, ma il messaggio ha un valore positivo: questa crisi e questa fragilità che coinvolge tutti non è limitante e non deve bloccare; sarà proprio questa fragilità che ci darà la forza di reagire e ristrutturare una potente energia che darà luogo a nuovo progresso e sviluppo, ricreando una condizione positiva dopo la crisi che ha spazzato via un sistema collassato e imploso.

 

Chiara Seghezzi


www.martavezzoli.com

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